Una "reggia" nel centro di Putignano: è Palazzo Colavecchio, sfarzosa dimora del 1818
Reportage

Una "reggia" nel centro di Putignano: è Palazzo Colavecchio, sfarzosa dimora del 1818

di  Martedì 16 giugno 2026 6 min Letto 9.294 volte
Una "reggia" nel centro di Putignano: è Palazzo Colavecchio, sfarzosa dimora del 1818
Foto di Rafael La Perna
PUTIGNANO – Tra raffinate stanze affrescate, altari nascosti, preziosi pavimenti, sontuose sale da ballo e uno scenografico patio con statue e fontane, sembra di trovarsi all’interno di una vera e propria reggia. È questa l’impressione che ci ha regalato la visita a Palazzo Colavecchio: residenza di Putignano tra le più sfarzose di tutto il barese. (Vedi foto galleria)

L’edificio fu costruito nel 1818 dalla famiglia Colavecchio, fondatrice anche dell’omonima cantina vinicola (la più antica del sud-est barese) attiva dal 1795 nelle campagne di Putignano.

Raggiungiamo il palazzo al civico 48 di corso Garibaldi, a due passi dalla centrale piazza Plebiscito. A dispetto del fasto dei suoi interni, il prospetto esterno che si innalza su tre livelli si mostra semplice e simmetrico.

Il piano terra è contraddistinto da un bugnato in pietra, che riveste anche le fasce angolari. I piani superiori sono invece dotati di finestroni architravati e ampi balconi sorretti da mensoloni. Alla sommità un cornicione aggettante delimita il terrazzo.

Un portale monumentale, con due possenti colonne tuscaniche, chiude il massiccio portone di ingresso. Quest’ultimo è sormontato da un lunettone con decori in ferro battuto dove spicca la lettera C (iniziale di Colavecchio) e la data di costruzione del palazzo: il 1818.

Facciamo quindi la conoscenza di Luigi Colavecchio e della moglie Bianca Morea, proprietari del palazzo, che ci raccontano la storia della famiglia.

«I Colavecchia, come si chiamavano originariamente, erano ricchi possidenti di Andria dove, tra il ‘600 e l’800, ricoprirono importanti cariche nel governo cittadino: furono per ben otto volte sindaci della città – ci spiega -. Il trasferimento a Putignano avvenne per decisione della 19enne Antonia, che nel 1759 sposò il medico putignanese Vincenzo Troilo».

La coppia non ebbe però figli e la cospicua eredità passò alla cognata di lei, Gesualda Accetto e a suo marito Francesco Saverio. «I due vivevano nel palazzo ereditato da Troilo che, agli inizi dell’800, minacciava di crollare – continua il padrone di casa -. Decisero così di abbatterlo per costruirne uno più ampio e sontuoso».

Dopo aver acquistato alcuni immobili adiacenti, la famiglia commissionò il progetto del nuovo palazzo al noto architetto barese Giuseppe Gimma. La residenza fu terminata nel 1818 e ulteriormente ampliata nei tre anni successivi.

Al piano terra furono allestiti locali per la vendita del vino prodotto dalla cantina di famiglia (oggi adibiti a ristorante), oltre a stalle, depositi e alloggi per la servitù. I piani superiori furono invece realizzati con planimetrie perfettamente simmetriche.

L’attuale aspetto dell’immobile lo si deve ai degli importanti restauri effettuati trent’anni fa. «Dopo aver vissuto molti anni ad Acquaviva delle Fonti – spiegano Luigi e Bianca -. Nel 1972 siamo tornati a Putignano dove abbiamo deciso di ristrutturare il palazzo di famiglia per venirci ad abitare. Lavori che sono stati completati però solo nel 1994 grazie all’opera dell’architetto Pietro Gonnella».

Non ci resta ora che entrare per andare a scoprire i magnifici interni del palazzo. (Vedi video)

Ci ritroviamo subito in un atrio abbellito da piante per poi salire l’ampio scalone che conserva ancora gli originali corrimano.

Raggiungiamo ora il piano nobile. Nel vano di ingresso, assieme ad eleganti poltrone, notiamo sul soffitto lo stemma dei Colavecchio: un volto maschile e femminile addossati con la scritta latina “ante retroque” (davanti e dietro) che significa guardare sia al passato che al futuro.

Visitiamo la sala da pranzo, decorata con carta da parati a motivi vegetali e con una volta affrescata con dei putti su sfondo celestiale. Il vano è arredato con un tavolo in legno, specchi, orologi d’epoca e cristalliere colme di porcellane. «Uno di quei servizi, comprato dal mio avo Francesco, proviene dalla corte del Re di Napoli – sottolinea Luigi -. Originariamente contava centinaia di pezzi, oggi risulta diviso tra i vari eredi della famiglia».

Ci facciamo strada nei corridoi della dimora tra un’antica cassaforte e un vecchio sistema di chiamata della servitù. Per spostarci poi nel “salotto verde”, così chiamato per le sete che rivestono divani e poltrone.

Il nostro sguardo viene attratto dalla sinuosa fantasia a mosaico policromo blu, rossa e dorata del pavimento. Sul soffitto invece vi è una raffigurazione allegorica con putti tra ghirlande vegetali e una figura femminile su un cielo celeste.

Dalla volata scende un raffinato candelabro in bronzo “vieux Paris. «Abbiamo conservato tutti gli arredi originali – ci dice Bianca -. Qui ad esempio c’è un servizio da rosolio del ‘700, un antico orologio e delle statue in legno rivestite in oro zecchino raffiguranti le stagioni».

Sulle pareti notiamo anche due ritratti. «Sono il mio bisnonno Antonio e sua moglie Irene Amati, proprietaria di ben nove masserie tra Cisternino e Fasano – racconta Luigi -. Ebbero sette figli: a mio nonno toccò in eredità questo palazzo, la cantina vinicola e altri terreni».

In un angolo della stanza notiamo delle fini fessure tra la carta da parati. Bianca, aprendo due sportelli, ci rivela una nicchia con un grazioso altare ribaltabile, usato per le celebrazioni di famiglia e per la messa domenicale.

Oltrepassando due tende damascate accediamo ora alla stanza più incredibile della residenza: il salone delle feste.

Una volta entrati balza subito all’occhio il fiammeggiante rosso delle sete, che rivestono poltrone e divani, e il lucido pavimento in cotto. Tra candelieri, tendaggi ricamati con zinefra in oro, pianoforte e scomparti con calici e liquori è facile immaginare i sontuosi ricevimenti che qui si tenevano.

A impreziosire ulteriormente l’ampio vano sono gli elaborati affreschi che ricoprono volta e pareti: restaurati nel 1972 dal pittore Bruno di Berardino sono opera di un ignoto decoratore. Sui muri, labirintiche trame verdi “sorreggono” dei colonnati, oltre i quali vi sono delle vedute orientaleggianti: cammelli, odalische, imbarcazioni, minareti e cupole che rievocano fiabesche residenze di sceicchi.

Sulla volta invece figure geometriche e colorate cornici vegetali chiudono al centro la raffigurazione di un’aquila nera con una freccia dorata tra gli artigli.

Visitiamo ora la camera da letto padronale, occupata da un massiccio letto a baldacchino, mobili in legno massello e un caratteristico affresco con eclettici motivi vegetali. «L’immagine centrale ha una particolarità – ci spiega Bianca -. È realizzata con una trama ondulata in modo che vista da un lato mostri una faccia, dall’altro invece un fiore».

Prima di lasciare la dimora i proprietari ci conducono nello scenografico patio. Lungo il perimetro 12 colonnine reggono altrettanti vasi in ceramica con figure classicheggianti, alternati ad altri in pietra. La parte centrale della terrazza è dominata da un’ampia fontana zampillante colma di ninfee, dove troneggia una coppia amoreggiante.

Oltre la vasca in alto intravediamo altre statue: un Nettuno su un pesce, affiancato dalle raffigurazioni della Maternità e della Fede. Le sculture ottocentesce, realizzate dall’ostunese Leonardo Greco, si trovano sulla cupoletta di un vano circolare introdotto da un’ampia vetrata: si tratta dell’antica uccelliera che conserva ancora i ganci da cui pendevano le numerose gabbie.

Si tratta dell’ultima chicca del sorprendente Palazzo Colavecchio, da due secoli custode della più lussuosa ricchezza residenziale della provincia di Bari.

(Vedi galleria fotografica)

Nel video (di Giancarlo Liuzzi e Gaia Agnelli) la nostra visita a Palazzo Colavecchio:

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